Ripropongo di seguito un mio intervento pubblicato su Blogosfere cultura sullo scontro titanico tra il duro mondo dell’editoria e gli ’scriventi’ da dove emergono anche alcune considerazioni (mie, sia chiaro) su quale può essere l’approccio più sano e costruttivo verso la scrittura.
“Gli editori non leggono i manoscritti firmati da sconosciuti. Male.
Talune pubblicazioni piovono sul bagnato in testa ad autori che conoscono tizio, caio e sua cognata. Male.
Alcuni editori sono ‘interessati’ al dio soldone e si approfittano di ingenuità e speranze. Molto male.
Alcuni libri alti nella classifica delle vendita hanno un certo ‘odore’, di celofan nuovo, di tastiera pigiata da più mani, di scaletta preimpostata dagli indici di gradimento. Molto male.
Senza un buon marketing anche il libro dell’anno è destinato a rendersi utile nel camino. Sob.
Dal momento che non si nasce imparati, se non si trova qualcuno (meglio più di uno) che ti da indicazioni, suggerimenti disinteressati, consigli o critiche costruttivi è facile finire alla deriva. Non sapere dove andare. Sob.
Ci sono più libri di quanti dichiarano di essere disposti a leggere (dichiarano ho scritto, sul fatto che leggando davvero si potrebbe discutere). Doppio sob.
…. (forse ho dimenticato qualche punto saliente però credo di aver riepilogo alcuni nodi cruciali della questione).
Male. Molto male. Sob. Doppio sob.
E gli esordienti/sconosciuti dediti agli scritti? Tutti santi, innocenti, innocui, in balia delle tempeste, pronti a porgere l’altra guancia?
Qui arriva l’avvocato del diavolo. Il difensore delle ingiustizie. La percentuale di chi scrive è cresciuta a dismisura. E sul concetto di ’scrivere’ e ’scrittore’ iniziano i primi scricchiolii. Ho sentito persone che avevo appena finito un primo testo definirsi scrittori. Ho sentito chi pubblica articoli on line (senza essere giornalista intendo) definirsi scrittore. Ho sentito chi ha stampato dodici libri con il print on demand, definirsi scrittore.
Per carità, libertà. Io sono per la libertà. Se uno vuole scrivere, qualsiasi cosa voglia scrivere, che lo faccia. In privato o in pubblico. Però.
Però ci vorrebbe più rispetto. Innanzi tutto il rispetto per i mestieri e le qualifiche. Non esiste un diploma o un corso di laurea che ti attribuisce il titolo di ’scrittore’, si potrebbe obbiettare. Perfetto. E questo ci autorizza a essere tutti scrittori per elezione divina?
Altra questione: il talento.
Elemento inquantificabile quando di difficile misurazione. Chi lo scova, stò benedetto talento? L’editore? L’agente letterario? L’editor? Il redattore? L’addetto stampa? Il talent scaut? Forse tutti o nessuno. Ma non chi scrive. Qui ci vuole un pò di umiltà. Tonnellate di umiltà. Sapersi guardare dentro e dubitare. Di quello che si sa fare. Di quello che si è fatto. Dei propri limiti. E delle potenzialità. Non dico che bisogna ripetersi di essere degli incapaci. No. Bisogna però essere onesti in primis con se stessi. Si può scrivere ed essere soddisfatti di quello che si è ottenuto. Benissimo. Ma partiamo accettando l’idea che i geni sono statisticamente pochi in tutto il mondo. E non ne nascono di frequente. Umiltà quindi. Che presuppone anche la capacità di accettare critiche (specialmente se costruttive e motivate) e sapersi fermare se si è imboccata la strada sbagliata. C’è chi è portato per i romanzi lunghi, chi per i racconti, chi per le trame da sceneggiatura, chi per i dialoghi… e chi per niente in particolare. Accettiamoci.
Non meno importante la questione olio di gomito.
Ci sono autori che scrivono e pensano, con questo divento. Divento. Faccio. Sono. Sarà. Ok, buon per te. Puntare in alto è un modo per spronarsi e prendere di più da se stessi. Ok. Ma.
Ma magari lavoriamoci sopra prima. Accettiamo il fatto che se c’è del buono in noi (talento, istinto narrativo o come volete) questo non ci da la chiave per il mondo magico. Bisogna lavorare. Tanto. Sodo. Scrivere. Riscrivere. E ancora. Cancellare. Rifare. Riprovare. Sperimentare. Sbattere la testa e ripartire più convinti. Cercare uno stile, cucirselo sulla pelle. Ascoltarsi. Ascoltare gli altri, chi ci sta attorno, il mondo che pulsa e respira mentre noi attaccati al pc scriviamo. Non si scrive di aria fritta. Bisogna sudare. Piangere. Impegnarsi. Fare ricerca. Ascoltare, molto. Confrontarsi. Capire dove va una storia. Svenarsi insomma.
Allora forse, dopo tanto lavoro qualcosa si può pensare che arrivi.
Ricapitolando: rispetto, umiltà e duro lavoro.
Ricordiamoceli scriventi. Vuoi mai che riusciamo a evitare certi errori?”