A tutti gli aspiranti scrittori, scriventi non necessiamente esordienti ma anche a chi legge e basta consiglio questo libro. Uno strumento di conoscenza insostituibile, secondo me per chinque si interessa di scrittura a qualsiasi livello.
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Uno dei sogni più difficili da realizzare per chiunque scrive è ascoltare qualcuno che con la scrittura si è già scontrato, misurato, sta quindi ‘battagliando’ su uno strato più interno, ruvido, invisibile ai più.
‘Nel territorio del diavolo’ è un libricino piccolo. Centocinquanta pagine nel formato 12×17. È adattabile agli zaini, le tasche, le borse. Lo si porta in giro come un portafoglio. Eppure lì dentro c’è una persona in carne e ossa che parla, si racconta, spiega, sorride e si arrabbia.
Flannery O’Connor.
La O’Connor nasce nel 1925 a Savannah in Georgia e già nel ’41 perde il padre in seguito alle complicazioni del lupus eritematoso. Nel 1950 le si manifestano i primi sintomi del lupus che la costringeranno a una vita progressivamente minata nel corpo fino alla morte nel 1964 quando la diagnosi di un tumore non le da scampo. Aveva trentanove anni.
‘Nel territorio del diavolo’ non è un romanzo. Ma parla delle storie. Di come arrivano, di come diventano scritti più o meno ‘buoni’, di cosa c’è dopo l’aver scritto e tanto altro.
E’una chiaccherata. Un monologo, volendo considerare il libro per intero come un’unica entità e di fatto, se non ci fossero le ‘note sulle fonti’ il lettore potrebbe tranquillamente pensare che la O’Connor avesse steso questi testi con un intento unico, quello di lasciare delle tracce, di condividere esperienze e pensieri ‘sul mistero dello scrivere’.
Invece no. Il libro raccoglie diversi scritti della O’Connor che Robert e Sally Fitzgerald, amici molto intimi della scrittrice, hanno fortemente voluto riunire. Si tratta di articoli, parti di manoscritti preparati per alcune conferenze, discorsi per gruppi di scrittura, stralci di lezioni tenute in università americane e un testo preparato dalla O’Connor nel ’57 per un libro (The Living Novel: A Symposium, curato da Granville Hicks) che raccoglieva dichiarazioni di diversi scrittori sulla loro arte.
Ecco perché poco sopra ho scritto che dentro questo libro c’è Flannery O’Connor. Perché in ogni pagina la si sente pulsare, spiegare, infervorarsi e prendere in giro. C’è la sua voce, viva e diretta che si racconta, parla di quello che più l’ha ossessionata nella sua, seppur breve, vita. Racconta di quel diavolo e del mistero celato dietro le parole. E lo fa senza remore. Diretta, immediata, dura.
Sui banchi di scuola, quando ero ragazzina io, la si sarebbe definita ‘una che ce le ha grosse così’ che certamente è un’espressione poco elegante ma rende molto bene l’idea che traspare da queste pagine.
La O’Connor non ha illusioni sulla scrittura, sulla fatica, sulle tecniche e il mercato editoriale. E siamo nel periodo che va dal 1945 al 1963 grosso modo. Eppure la forza, l’elemento più sorprendente di questo testo è proprio l’essere così attuale anche oggi, nel ventunesimo secolo. Attuale è quasi riduttivo.
C’è la passione di una donna che nella scrittura tirava fuori se stessa, la sua realtà e quelle storie che non smettevano di tormentarla. Ma c’è anche tanta eleganza, grazia, nello spiegare che non c’è niente di preciso da spiegare sulla scrittura. Nel sottolineare come taluni aspetti non si imparano se non ci sono loro, le storie, se non c’è la voglia di scavare, di sprofondare con i personaggi e i dettagli. Se non c’è la voglia di lasciarla questa storia, al di là del mercato, delle vendite e degli editori.
“In primo luogo, non esiste lo scrittore, e se ancora non lo sapevate, mi aspetto lo sappiate alla fine di un corso del genere. […] So benissimo che tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un ‘colpaccio’. Essere uno scrittore, non scrivere. Vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa. E, a quanto pare, hanno la sensazione che tale obbiettivo si possa raggiungere imparando alcune cosette sulle abitudini di lavoro, sui mercati e sugli argomenti in voga in un dato periodo.” (pag.42)
A me è sembrato un passaggio meraviglioso. Così crudelmente reale da sembrare scritto l’altro ieri.
Ma c’è dell’altro.
L’idea che scrivere per guadagnare significa, il più delle volte, scrivere male ma azzeccare un onda anomala oppure organizzarsi altre fonti di guadagno, anche queste considerazioni ci sono, come se il tempo non fosse mai passato, come se lo scrivere allora (quarantacinque – cinquant’anni fa) come oggi non fosse cambiato nelle dinamiche, nella ricerca di una redditività che, invece, ambisce a seguire le richieste dell’offerta, le leggi di mercato che di buona o cattiva letteratura non si curano.
“È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere.” (pag.43) [ E qui io ho riso, confesso.]
Si impone, a questo punto, chiarire cosa intende la O’Connor per ‘scrivere bene’. Di fatto non ci sono regole precise da lei enunciate ma brevi stoccate che dovrebbero (ripeto: dovrebbero) spingere il lettore (potenziale scrittore) ad alcuni riflessioni a mio avviso importanti.
“La natura della narrativa è in gran parte determinata dalla natura del nostro apparato percettivo.” (pag.44). Quindi chi scrive deve imparare a usare i cinque sensi, deve lasciarli raccontare, dare modo al lettore di vedere, sentire, gustare una scena ma soprattutto un dettaglio.
“ La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa” (pag. 45). In altre parole: sudore, fatica e profonda attenzione verso ‘l’umano’ con tutte le sue caratteristiche del caso(specialmente quelle meno piacevoli).
“ Secondo me, il giusto modo di leggere un libro è sempre vedere cosa accade, ma in un buon romanzo accade sempre più di quanto riusciamo a cogliere sul momento, accade più di quanto salta all’occhio.” (pag.48) Questo primo pensiero introduce una serie di elementi molto cari alla O’Connor: i simbolismi e i diversi livelli. La scrittura ‘buona’ enunciata dalla O’Connor è una scrittura che non si esaurisce, che cela. È una scrittura che non può avere un solo significato perché dietro ai dettagli c’è sempre qualcosa che il lettore più attento e allenato saprà cogliere ed interpretare. È una scrittura multiforme dove la trama esiste solo se i personaggi sono più forti, se sono frammenti di chi li ha tratteggiati e quindi reali al punto da diventare immagini precise.
“ […] quando scrivete narrativa state parlando con personaggi e azioni, non di personaggi e azioni.” (pag.51)
Poi la fatica, la difficoltà di scrivere di certi aspetti della vita e l’impossibilità di condividerlo finché l’ultima riga non è scritta e sigillata.
“ Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L’unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. [..] Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.” (pag.52-53),
Se ne desume da queste breve carrellata che non esistono norme o procedimenti precisi che trasformano una persona in qualcuno che sa scrivere (sottintendendo lo scrivere bene) bensì è la pratica, l’osservazione, lo scavare con le mani nude, l’aver paura anche di quello che c’è dentro se stessi ma il non rifiutarlo, anzi, il tirarlo fuori piano piano, con rispetto e precisione. Poi le parole, il centro del mondo scrivente.
“ Né deriva che non esiste una tecnica da scoprire e applicare che rende possibile scrivere. Se frequentate una scuola dove si tengono corsi di scrittura, dovrebbero insegnarvi non a scrivere, ma piuttosto i limiti e le potenzialità della parole, e il rispetto a loro dovuto. “ (pag.57)
In un testo, letto a una conferenza, la O’Connor si occupa dei racconti, spiega la sua visione dello scrivere short stories piuttosto che romanzi, ci sono molte annotazioni dell’autrice sulle differenze e sui punti di forza dell’uno e dell’altro che vale la pena di analizzare con la lente di ingrandimento specialmente per chi, attraverso il web, pubblica propri testi e si mette alla prova con storie appunto brevi. Scrivere racconti non è un’arte minore, più semplice perché più breve, è qualcosa di diverso che richiede energie diverse e possibilmente un diverso uso della lingua, dei personaggi e degli svolgimenti.
“ Un racconto è riuscito se dentro ci puoi sempre vedere qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano. Nella narrativa, due più due fa sempre più di quattro.” (pag.73)
La O’Connor è una grande osservatrice del suo mondo e in questi testi specialmente del mondo universitario dove spesso tiene conferenze o seminari. Ed è proprio partendo da lì che spesso si scontra contro la svogliatezza e l’incomunicabilità di un mondo (quello giovanile) al quale non è stato insegnare come leggere, non hanno quegli strumenti necessari a trovare nei libri alleati piuttosto che nemici.
“ Il fatto è che molti non sanno cosa farne di un romanzo, e sono convinti che l’arte debba essere funzionale, che debba fare qualcosa piuttosto che essere qualcosa. Nessuno ha aperto loro gli occhi su ciò che è narrativa, e sono come quei ciechi che andarono a trovare l’elefante: ognuno ne tasta una parte diversa, e se ne riparte con un’impressione diversa.” (pag.88)
Ci sarebbe molto altro da dire su questo libro, moltissimo.
Mi fermo qui perché credo che chiunque se lo troverà tra le mani inizierà un proprio viaggio con la O’Connor, una chiacchierata intima quanto soggettiva, piena di riflessioni e considerazioni (che possono non collimare con quelle dell’autrice).
Volendo sintetizzare questo è il libro che avrei dovuto leggere a… non saprei neanche precisare a che età, diciamo quando oltre a leggere come un’invasata iniziavo a usare la bic nera sul piccolo bloc notes a quadretti, nascosto sotto i libri di scuola.
O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, Minimum fax, 2003 .
APPROFONTIMENTI IN RETE
Dalla scheda del libro sul sito di Minimum fax è possibile rintracciare una serie di recensioni a questo libro: QUI.
L’intero capitolo denominato ‘scrivere racconti’ è rintracciabile anche on line in formato pdf QUI