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A tutti gli aspiranti scrittori, scriventi non necessiamente esordienti ma anche a chi legge e basta consiglio questo libro. Uno strumento di conoscenza insostituibile, secondo me per chinque si interessa di scrittura a qualsiasi livello.

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Uno dei sogni più difficili da realizzare per chiunque scrive è ascoltare qualcuno che con la scrittura si è già scontrato, misurato, sta quindi ‘battagliando’ su uno strato più interno, ruvido, invisibile ai più.
‘Nel territorio del diavolo’ è un libricino piccolo. Centocinquanta pagine nel formato 12×17. È adattabile agli zaini, le tasche, le borse. Lo si porta in giro come un portafoglio. Eppure lì dentro c’è una persona in carne e ossa che parla, si racconta, spiega, sorride e si arrabbia.
Flannery O’Connor.
La O’Connor nasce nel 1925 a Savannah in Georgia e già nel ’41 perde il padre in seguito alle complicazioni del lupus eritematoso. Nel 1950 le si manifestano i primi sintomi del lupus che la costringeranno a una vita progressivamente minata nel corpo fino alla morte nel 1964 quando la diagnosi di un tumore non le da scampo. Aveva trentanove anni.
‘Nel territorio del diavolo’ non è un romanzo. Ma parla delle storie. Di come arrivano, di come diventano scritti più o meno ‘buoni’, di cosa c’è dopo l’aver scritto e tanto altro.
E’una chiaccherata. Un monologo, volendo considerare il libro per intero come un’unica entità e di fatto, se non ci fossero le ‘note sulle fonti’ il lettore potrebbe tranquillamente pensare che la O’Connor avesse steso questi testi con un intento unico, quello di lasciare delle tracce, di condividere esperienze e pensieri ‘sul mistero dello scrivere’.
Invece no. Il libro raccoglie diversi scritti della O’Connor che Robert e Sally Fitzgerald, amici molto intimi della scrittrice, hanno fortemente voluto riunire. Si tratta di articoli, parti di manoscritti preparati per alcune conferenze, discorsi per gruppi di scrittura, stralci di lezioni tenute in università americane e un testo preparato dalla O’Connor nel ’57 per un libro (The Living Novel: A Symposium, curato da Granville Hicks) che raccoglieva dichiarazioni di diversi scrittori sulla loro arte.
Ecco perché poco sopra ho scritto che dentro questo libro c’è Flannery O’Connor. Perché in ogni pagina la si sente pulsare, spiegare, infervorarsi e prendere in giro. C’è la sua voce, viva e diretta che si racconta, parla di quello che più l’ha ossessionata nella sua, seppur breve, vita. Racconta di quel diavolo e del mistero celato dietro le parole. E lo fa senza remore. Diretta, immediata, dura.
Sui banchi di scuola, quando ero ragazzina io, la si sarebbe definita ‘una che ce le ha grosse così’ che certamente è un’espressione poco elegante ma rende molto bene l’idea che traspare da queste pagine.
La O’Connor non ha illusioni sulla scrittura, sulla fatica, sulle tecniche e il mercato editoriale. E siamo nel periodo che va dal 1945 al 1963 grosso modo. Eppure la forza, l’elemento più sorprendente di questo testo è proprio l’essere così attuale anche oggi, nel ventunesimo secolo. Attuale è quasi riduttivo.
C’è la passione di una donna che nella scrittura tirava fuori se stessa, la sua realtà e quelle storie che non smettevano di tormentarla. Ma c’è anche tanta eleganza, grazia, nello spiegare che non c’è niente di preciso da spiegare sulla scrittura. Nel sottolineare come taluni aspetti non si imparano se non ci sono loro, le storie, se non c’è la voglia di scavare, di sprofondare con i personaggi e i dettagli. Se non c’è la voglia di lasciarla questa storia, al di là del mercato, delle vendite e degli editori.

“In primo luogo, non esiste lo scrittore, e se ancora non lo sapevate, mi aspetto lo sappiate alla fine di un corso del genere. […] So benissimo che tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un ‘colpaccio’. Essere uno scrittore, non scrivere. Vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa. E, a quanto pare, hanno la sensazione che tale obbiettivo si possa raggiungere imparando alcune cosette sulle abitudini di lavoro, sui mercati e sugli argomenti in voga in un dato periodo.” (pag.42)

A me è sembrato un passaggio meraviglioso. Così crudelmente reale da sembrare scritto l’altro ieri.
Ma c’è dell’altro.
L’idea che scrivere per guadagnare significa, il più delle volte, scrivere male ma azzeccare un onda anomala oppure organizzarsi altre fonti di guadagno, anche queste considerazioni ci sono, come se il tempo non fosse mai passato, come se lo scrivere allora (quarantacinque – cinquant’anni fa) come oggi non fosse cambiato nelle dinamiche, nella ricerca di una redditività che, invece, ambisce a seguire le richieste dell’offerta, le leggi di mercato che di buona o cattiva letteratura non si curano.

“È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere.” (pag.43) [ E qui io ho riso, confesso.]

Si impone, a questo punto, chiarire cosa intende la O’Connor per ‘scrivere bene’. Di fatto non ci sono regole precise da lei enunciate ma brevi stoccate che dovrebbero (ripeto: dovrebbero) spingere il lettore (potenziale scrittore) ad alcuni riflessioni a mio avviso importanti.

“La natura della narrativa è in gran parte determinata dalla natura del nostro apparato percettivo.” (pag.44). Quindi chi scrive deve imparare a usare i cinque sensi, deve lasciarli raccontare, dare modo al lettore di vedere, sentire, gustare una scena ma soprattutto un dettaglio.

La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo fatti di polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi non dovreste tentare di scrivere narrativa” (pag. 45). In altre parole: sudore, fatica e profonda attenzione verso ‘l’umano’ con tutte le sue caratteristiche del caso(specialmente quelle meno piacevoli).

Secondo me, il giusto modo di leggere un libro è sempre vedere cosa accade, ma in un buon romanzo accade sempre più di quanto riusciamo a cogliere sul momento, accade più di quanto salta all’occhio.” (pag.48) Questo primo pensiero introduce una serie di elementi molto cari alla O’Connor: i simbolismi e i diversi livelli. La scrittura ‘buona’ enunciata dalla O’Connor è una scrittura che non si esaurisce, che cela. È una scrittura che non può avere un solo significato perché dietro ai dettagli c’è sempre qualcosa che il lettore più attento e allenato saprà cogliere ed interpretare. È una scrittura multiforme dove la trama esiste solo se i personaggi sono più forti, se sono frammenti di chi li ha tratteggiati e quindi reali al punto da diventare immagini precise.

“ […] quando scrivete narrativa state parlando con personaggi e azioni, non di personaggi e azioni.” (pag.51)

Poi la fatica, la difficoltà di scrivere di certi aspetti della vita e l’impossibilità di condividerlo finché l’ultima riga non è scritta e sigillata.

Ci si lamenta sempre che il romanziere moderno non nutre speranze e che il mondo da lui dipinto è insopportabile. L’unica risposta è che chi non nutre speranze non scrive romanzi. Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Mi manda sempre in bestia chi insinua che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È invece un tuffo nella realtà ed è davvero traumatizzante per l’organismo. [..] Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.” (pag.52-53),

Se ne desume da queste breve carrellata che non esistono norme o procedimenti precisi che trasformano una persona in qualcuno che sa scrivere (sottintendendo lo scrivere bene) bensì è la pratica, l’osservazione, lo scavare con le mani nude, l’aver paura anche di quello che c’è dentro se stessi ma il non rifiutarlo, anzi, il tirarlo fuori piano piano, con rispetto e precisione. Poi le parole, il centro del mondo scrivente.

Né deriva che non esiste una tecnica da scoprire e applicare che rende possibile scrivere. Se frequentate una scuola dove si tengono corsi di scrittura, dovrebbero insegnarvi non a scrivere, ma piuttosto i limiti e le potenzialità della parole, e il rispetto a loro dovuto. “ (pag.57)

In un testo, letto a una conferenza, la O’Connor si occupa dei racconti, spiega la sua visione dello scrivere short stories piuttosto che romanzi, ci sono molte annotazioni dell’autrice sulle differenze e sui punti di forza dell’uno e dell’altro che vale la pena di analizzare con la lente di ingrandimento specialmente per chi, attraverso il web, pubblica propri testi e si mette alla prova con storie appunto brevi. Scrivere racconti non è un’arte minore, più semplice perché più breve, è qualcosa di diverso che richiede energie diverse e possibilmente un diverso uso della lingua, dei personaggi e degli svolgimenti.

Un racconto è riuscito se dentro ci puoi sempre vedere qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano. Nella narrativa, due più due fa sempre più di quattro.” (pag.73)

La O’Connor è una grande osservatrice del suo mondo e in questi testi specialmente del mondo universitario dove spesso tiene conferenze o seminari. Ed è proprio partendo da lì che spesso si scontra contro la svogliatezza e l’incomunicabilità di un mondo (quello giovanile) al quale non è stato insegnare come leggere, non hanno quegli strumenti necessari a trovare nei libri alleati piuttosto che nemici.

Il fatto è che molti non sanno cosa farne di un romanzo, e sono convinti che l’arte debba essere funzionale, che debba fare qualcosa piuttosto che essere qualcosa. Nessuno ha aperto loro gli occhi su ciò che è narrativa, e sono come quei ciechi che andarono a trovare l’elefante: ognuno ne tasta una parte diversa, e se ne riparte con un’impressione diversa.” (pag.88)

Ci sarebbe molto altro da dire su questo libro, moltissimo.
Mi fermo qui perché credo che chiunque se lo troverà tra le mani inizierà un proprio viaggio con la O’Connor, una chiacchierata intima quanto soggettiva, piena di riflessioni e considerazioni (che possono non collimare con quelle dell’autrice).

Volendo sintetizzare questo è il libro che avrei dovuto leggere a… non saprei neanche precisare a che età, diciamo quando oltre a leggere come un’invasata iniziavo a usare la bic nera sul piccolo bloc notes a quadretti, nascosto sotto i libri di scuola.

O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, Minimum fax, 2003 .

APPROFONTIMENTI IN RETE

Dalla scheda del libro sul sito di Minimum fax è possibile rintracciare una serie di recensioni a questo libro: QUI.
L’intero capitolo denominato ‘scrivere racconti’ è rintracciabile anche on line in formato pdf QUI

Suggerisco la lettura di questo post, apparso su Letteratitudine di Massimo Maugeri il 30/01/08.
Per riflettere sugli strumenti di divulgazione dei testi, sulla rete internet quanto la carta stampata.

>> Link al post dove recuperare i commenti

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Sulle pagine culturali di Panorama, n. 5 del 28 gennaio 2008, Monica Vignale ha pubblicato un articolo molto interessante dal titolo: Passaparola, Il best-seller nasce sul web.

Ve lo riporto di seguito (approfittandone per ringraziare la Vignale di aver citato Letteratitudine).

Leggete il pezzo e rifletteteci un po’ su.

Vi chiedo:

Dando per scontato che, per quanto concerne l’acquisto dei libri, il web (considerato nel suo complesso) ha un suo potere persuasivo, ritenete che tale potere sia effettivamente paragonabile a quello tradizionale delle recensioni pubblicate sui giornali (sempre considerate nel complesso) ?

Un’ulteriore (e complementare) occasione di dibattito sul tema proposto ce lo offre un articolo di Ermanno Bencivenga pubblicato su Tuttolibri del 24 novembre 2007.

Il titolo è: Internet ci salverà dal finire al macero. Articolo interessante in cui si propone agli editori di mantenere in catalogo più titoli possibile, evitando il macero, basandosi sullo slogan «selling less of more»: gioco di parole che si potrebbe tradurre (credo) con «vendere di tutto un po’».

Domanda per voi:

Ritenete che, in effetti, «vendere di tutto un po’» sarà l’inevitabile futuro per l’editoria?

A voi le risposte.

(Massimo Maugeri)

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PASSAPAROLA: IL BEST-SELLER NASCE SUL WEB


di Monica Vignale

letteratura in rete. Aumentano i siti nei quali i lettori diventano recensori dei libri che comprano. Ne discutono, li consigliano o li stroncano e il tam tam dei navigatori influenza il mercato. Risultato: i romanzi snobbati dai critici di professione diventano successi. E gli editori corrono ai ripari.

Irina ha appena finito di leggere Il giorno in più di Fabio Volo (Mondadori). Le è piaciuto e ritiene importante condividere le impressioni con altri lettori. Apre il sito di comparazione prezzi www.ciao.it e nella sezione dedicata alla letteratura scrive: «Quella che sembrava una storia destinata a finire subito si rivela una storia quasi fiabesca, un sogno… lo consiglio a tutti».Su letteratitudine.blog.kataweb.it si discute animatamente di romanzi di guerra e si promuovono Il pittore di battaglie (Arturo Pérez-Revert, editore Tropea), Neven (Joe Sacco, Mondadori) e Ali di sabbia (Valerio Aiolli, Alet Edizioni). Gli interventi fioccano a centinaia, malgrado l’argomento sia di nicchia. C’è anche chi non ha ancora letto i romanzi: «Ma lo farò presto, mi avete fatto venire voglia di correre in libreria».

Che i libri si vendano col passaparola assai più che con le promozioni ufficiali è vero da secoli. Funzionava così nei «salons» settecenteschi e, in tempi più recenti, è stata la comunicazione diretta fra i lettori a consacrare il capolavoro di Boris Pasternak quando, nel 1957, la Feltrinelli pubblicò in anteprima mondiale Il dottor Zivago, traducendo il dattiloscritto che in pochi mesi divenne best-seller. Con internet sarebbe bastata qualche settimana.

Come è accaduto, per esempio, con L’eleganza del riccio (edizioni E/o), opera prima della docente di filosofia Muriel Barbery, best-seller in Francia, e gran successo in Italia, che ha venduto centinaia di migliaia di copie grazie all’impressionante tam tam online.

È il web ad accorciare i tempi. I lettori navigatori si definiscono books-eater (letteralmente: divoratori di libri) e condividono le emozioni che regala un romanzo avvincente, decretandone, più o meno inconsapevolmente, la popolarità.

Com’è avvenuto per The Stolen Child di Keith Donohue, mandato in libreria dalla Rizzoli con il titolo Il bambino che non era vero. Nel silenzio della critica, il romanzo ha fatto incetta di consensi grazie al brusio telematico scattato su Amazon, il più importante sito di libri del mondo.

Le librerie online hanno capito che conviene cedere la parola ai lettori più che ai recensori di professione. Riproponendo sul web un’abitudine consolidata: il lettore chiede una dritta sui titoli da acquistare all’amico che stima e che ha dimostrato, nei gusti, di essere attendibile. Così, sulla scia dei blog personali, i maggiori portali specializzati nel lancio e nella vendita di libri hanno aperto spazi di discussione libera dove i lettori diventano recensori.

Su Bol.it oppure Qlibri.it, per citare due delle più frequentate librerie della rete, sotto ogni titolo in commercio si possono leggere i contributi dei navigatori, le loro opinioni e il voto assegnato espresso in stelle, come per i film. A guadagnarci sono soprattutto gli scrittori esordienti. Come la controversa Babsi Jones, autrice per la Rizzoli di Sappiano le mie parole di sangue, una storia intensa ambientata durante il conflitto nei Balcani della quale, in rete, si sta discutendo moltissimo.

Capita in Italia e capita oltre confine. In Spagna La sombra del viento di Carlos Ruiz Zafón è stato scoperto dal pubblico di internet prima che dai critici. E internet l’ha rilanciato anche sul mercato italiano, dove il romanzo è stato pubblicato, con successo, dalla Mondadori. Tanti lettori dagli scaffali virtuali di www.internetbookshop.it l’hanno consigliato come regalo di Natale.

Le comunità del passaparola sono un aiuto determinante soprattutto per la piccola editoria, che può aspirare a un’improvvisa notorietà. È il caso di Ultimo appello dell’esordiente Salvo Toscano, un giallo pubblicato da Dario Flaccovio che, viste le dimensioni dell’editore, è stato un trionfo di vendite.

Può accadere anche il contrario, certo. Il contagio viaggia in due direzioni, come racconta un lettore sul forum di Qlibri.it: «Volevo comprare Brucia Troia, perché dello stesso autore di Caos calmo (Sandro Veronesi, ndr), un libro che ho adorato. Però ho visto che a molti lettori, dei quali recepisco i consigli su internet, non è piaciuto, e per ora ho rimandato».

Potere del condizionamento reciproco, che può influenzare facilmente anche il non acquisto.

Nei cyberluoghi dove navigano milioni di persone dai gusti variegati, il tam tam riserva sorprese inaspettate. I gruppi di bibliofili sparpagliati dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, refrattari ai diktat delle mode, discutono anche di opere datate o trascurate, delle quali sintetizzano pregi e difetti in schede che inseriscono sul proprio sito web, dando vita a una rete nazionale (http://gruppodilettura.word press.com) di scambio di opinioni e giudizi sulla letteratura, classica o contemporanea.

Non è strano, quindi, che improvvisamente nelle librerie si registri una impennata di richieste per Danny l’eletto dell’americano Chaim Potok, pubblicato in Italia all’inizio degli anni Ottanta e riscoperto vent’anni dopo, quando internet ha fatto da cassa di risonanza a una toccante storia di amicizia fra due ragazzi divisi dall’ortodossia ebraica.

Significativo anche il caso di Eureka Street dell’irlandese Robert McLiam, una storia di amicizia, sangue e perdono ambientata in una Belfast di conflitti irrisolti. Il romanzo, pubblicato dalla Fazi nel 1999, è stato scoperto solo qualche anno più tardi sul web, dove è rimasto a lungo fra i testi «vivamente consigliati». L’ascesa è stata irresistibile, tanto che l’editore ora annovera il libro come uno dei più venduti del suo catalogo.

Miracoli di un fenomeno il cui esempio più vivido resta Il cacciatore di aquiloni (Piemme) di Kalhed Hosseini, che ha fatto piangere l’Europa ben prima che i raffinati opinionisti lo incoronassero principe delle librerie, e che per 3 anni, in Italia, ha venduto quasi 1.000 copie al giorno nell’indifferenza di giornali e tv.

La critica lo aveva ignorato ma i libri, è risaputo, vendono grazie ai consigli di chi li legge per piacere, non per dovere.

Monica Vignale

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INTERNET CI SALVERA’ DAL FINIRE AL MACERO

di Ermanno Bencivenga

Da anni le case editrici italiane si stanno disfacendo dei fondi di magazzino. Se un libro non si è dimostrato sufficientemente «attivo» negli ultimi tempi, viene messo fuori commercio e i diritti vengono restituiti all’autore. Insufficienze e conseguenti bocciature, peraltro, non vengono assegnate dai direttori editoriali o delle singole collane: se parli con loro, allargano le braccia e lamentano che «il commerciale» ha deciso così, in base a criteri di cui è esclusivo e geloso depositario.

Ne deriva l’impressione di una severa realtà con cui è purtroppo necessario fare i conti; e per fortuna che ci sono i contabili a farli, altrimenti chissà che guai potrebbero combinare intellettuali e utopisti. Ma, come spesso capita, i contabili stanno facendo i conti di ieri e adeguandosi a una realtà che sta cambiando – starei per dire sotto i loro occhi, se non fosse che guardano ostinatamente altrove.

Oggi i libri si comprano sempre più in rete; e questo ha rivoluzionato l’intero settore. Mentre prima tutto dipendeva dalla visibilità di un titolo, e quindi poteva essere plausibile investire su pochi e spesso rinnovati best-seller, Internet ha creato un mercato di nicchia, che fa affari d’oro.

Amazon informa che il 25% delle sue vendite riguarda libri che non sono compresi fra i 100 mila più venduti.

Chris Anderson, direttore della rivista Wired, ha ampiamente discusso tale nuova opportunità nel suo The Long Tail, uscito l’anno scorso, e l’ha riassunta nello slogan «selling less of more».

Occorre ragionare in modo diverso dal passato, afferma, perché la rete ha creato un’economia di abbondanza, in cui non ha più senso porsi i limiti che erano inevitabili quando c’erano pochi scaffali in negozio, pochi canali in televisione, pochi cinema, poche pagine nei giornali. Chi ancora rispetta questi limiti ormai obsoleti si troverà a mal partito in una situazione in cui è possibile gestire un inventario praticamente infinito.

Nell’economia dell’abbondanza della long tail, vincerà chi avrà i cataloghi più ampi: anche un titolo che vende dieci copie l’anno sarà utile, soprattutto per chi avrà migliaia di titoli del genere. Ma le case editrici nostrane stanno appunto smantellando i loro cataloghi, in nome di un sano, impietoso «realismo». Dove si dimostra una volta di più che la realtà è sovente un’etichetta per la propria ignoranza.

Ermanno Bencivenga

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A TUTTI I BLOGGER (soprattutto a coloro che si occupano di libri)

Se potete, linkate questo post (o ricopiatene il testo) e provate ad avviare, sui vostri blog, dibattiti paralleli a quello che si svilupperà qui. Grazie mille.

(Massimo Maugeri)

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AGGIORNAMENTO del 2 febbraio 2008

Cari amici,

come ricorderete avevo posto questa domanda: dando per scontato che, per quanto concerne l’acquisto dei libri, il web (considerato nel suo complesso) ha un suo potere persuasivo, ritenete che tale potere sia effettivamente paragonabile a quello tradizionale delle recensioni pubblicate sui giornali (sempre considerate nel complesso)?

Il realtà la domanda era volutamente fuorviante per i motivi che vi spiegherò di seguito.

Partiamo da questo ulteriore punto di domanda. Cosa è web? E cosa non lo è?

La maggior parte degli articoli pubblicati su quotidiani e riviste vengono automaticamente pubblicati anche on line. Dirò di più. Seguendo la direzione fissata dal New York Times – interamente e gratuitamente consultabile su Internet – anche molti dei nostri quotidiani si stanno adeguando. “Il Messaggero”, “Il Mattino”, “La Sicilia” sono già consultabili on line dalla prima all’ultima pagina. La maggior parte degli articoli pubblicati sui principali quotidiani vengono riproposti all’interno dei rispettivi siti (in alcuni casi gli articoli consentono di rilasciare commenti). E così per molti magazine e riviste.

Cosa voglio dire?

Che la differenza il web e il cartaceo è già quasi inesistente (o tende comunque ad affievolirsi) per il semplice fatto che la Rete sta inglobando l’informazione e i media tradizionali, integrandoli all’interno di un nuovo sistema di comunicazione (in parte ne avevo già parlato qui).

Quando Monica Vignale e Ermanno Bencivenga hanno scritto i loro articoli, lo hanno fatto rispettivamente per Panorama e per La Stampa, ma al tempo stesso – più o meno consapevolmente – hanno scritto per il web. Io stesso, in effetti, pur avendoli letti, in origine, in versione cartacea, li ho poi proposti su Letteratitudine copincollandoli da Internet.

A loro volta questi articoli (anche per via del mio invito) sono stati riproposti su altri blog.

Da qui la considerazione che vi ripropongo: la differenza il web e il cartaceo è già quasi inesistente (o tende comunque ad affievolirsi). Il processo, a mio avviso, è inarrestabile e giungerà molto presto al suo completamento.

Se partiamo da questo presupposto probabilmente arriveremo alla conclusione che la differenza vera è determinata non dalla presenza on line o su carta, ma dall’autorevolezza della fonte. E forse dalla maggiore diffusione che, per un po’ di tempo, continueranno ad avere gli articoli pubblicati anche in forma cartacea.

Lascio a voi le ulteriori controdeduzioni.

(Massimo Maugeri)

Ricapitolando

Leggere sempre e comunque aiuta ad acquisire (col tempo) maggiore consapevolezza anche di quello che si è scritto (e che io consiglo di lasciar ‘riposare’ un pò dopo la prima stesura per poi riprenderlo ‘in mano’ con più distacco). Non trascurare le letture di autori italiani magari contemporanei, aiuta a capire cosa viene pubblicato oggi e chi sono gli attuali autori (famosi o meno, mai fermarsi al tal nome perchè è il primo tra i best seller, tutt’altro. Leggere i contemporanei significa approfondire il panorama italiano tra i generi, gli stili e le scuole di pensiero). Leggere autori italiani è anche molto utile per ’sentire’ lo stile e imparare leggendo, il grosso problema dei testi stranieri sta nella traduzione nel senso che il traduttore svolge un lavoro delicatissimo che non è una mera commutazione delle parole da una lingua a un’altra, anzi. Il traduttore interviene (deve se è un buon traduttore) nel testo per non alterare l’intento dell’autore che una lingua potrebbe invece offuscare o comunque rendere meno evidente. I libri tradotti sono, a mio avviso, meno indicativi per un esordiente in quanto a connotazioni stilistiche (non a caso capita facilmente che leggendo libri di autori stranieri molto quotati si può avere la sensazione di leggere un testo ‘appiattito’ nel senso che, trama e personaggi a parte, lo stile non è marcato bensì lineare). L’ideale (per imparare leggendo intendo) sarebbe conoscere l’inglese al punto da potersi ‘permettere’ letture straniere in lingua originale, allora si che diventa una palestra stilistica importante.

Una volta ‘finita’ l’opera bisogna decidere. Scegliere.
A cosa aspiri? Qual’è il tuo obbiettivo principale? Che natura e potenziale bacino di lettura potrebbe avere il tuo scritto? Quanto ti senti pronto, eventualmente, a ‘entrare nell’arena’ con tutti i pro e i contro che comporta?

Non rimanere isolati. Mai. E necessario fare di tutto (e so per esperienza che è difficilissimo) per non ritrovarsi sempre soli davanti al pc e basta. Scrivere è un atto solitario (senza dubbio) ma ciò che avviene prima e soprattutto dopo no. Quanto meno non del tutto. Servono modalità di confronto (e i tuoi amici o parenti non saranno mai sufficienti perchè l’imparzialità non è assicurata). Servono altri punti di vista, l’opportunità di aprire la mente, di conoscere altre forme di scrittura, di confrontarsi o comuque ascoltare cosa pensano e fanno altri autori (più o meno noti). Quindi si deve uscire dal guscio e cercare (la leggenda metropolitana dell’autore un pò orso un pò brutto anatroccolo che manda il suo manoscritto a una casa editrice e viene pubblicato di fatto non esiste più, o si verifica raramente). C’è la rete che oggi è davvero un strumento fruibile e utile (basta saper cercare e rimboccarsi le maniche). Poi ci sono le presentazioni, i workshop, gli incontri a tema, gli eventi…

Quanto si ha scelto in che modo si vuol tentare di divulgare il manoscritto bisogna informarsi il più possibile su ogni aspetto principale (quindi mai avere fretta, prenditi il tempo necessario tanto ormai hai finito di scrivere e un mese in più o uno in meno non fanno differenza – e se la fanno per te allora stai sbagliando scelta). E’indispensabile (tassativo) imparare i rudimenti del mercato editoriale: tipologie di case editrici, tipologie di pubblicazione, saper capire tutti i punti di un accordo di pubblicazione, ragionare sulle distribuzioni, la promozione e l’effettiva percezione che gli addetti ai lavori hanno del tal editore (la c.d. immagine).

Poi mettiti in testa che scrivere ed eventualmente pubblicare hanno tempistiche diverse, inconciliabili. Si scrive oggi ma non si stringerà il libro domani (ne dopo domani…) neanche gli autori affermati o gli scrittori professionisti lo fanno. Scrivere oggi significa vedere (forse) un riscontro dello stesso testo su carta fra un lasso di tempo variabile ma mai inferiore a un anno (tra revisioni, controlli, invii, attese, eventuale editing, eventuale tempistica marketing, …). Caso a parte sono i racconti (che se scelti subito e messi in stampa in antologie possono finire pubblicati in meno tempo ma non è detto uggualmente) e le pubblicazioni on line dove i testi in genere diventano fruibili in tempo reale o quasi (ma stiamo parlando di divulgazioni virtuali, senza carta o passaggi intermedi intendo).

Per approfondire la tematica del ‘oltre a scrivere’ cosa faccio, diciamo, parto dall’analisi di un libro molto indicativo in tal senso per inserire mie considerazioni personali che tentano di favorire la chiarezza. E’una sorta di fase due, dopo aver valutato e meditato sul ‘come scrivere’ e dopo aver effettivamente scritto, insomma.

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‘Voglio fare lo scrittore’ di Davide Musso (Terre di Mezzo, 2007)

Testo adatto, direi necessario, a chi scrive ma non ‘è’ ancora. L’autore Davide Musso, giornalista professionista che ha già pubblicato reportage e inchieste, intervista operatori del settori (editor, agenti letterari, collaboratori editoriali...) e ripropone le risposte senza filtri. Domanda e risposta insomma. Ed è decisamente interessante notare come, pur parlando degli stessi argomenti (mercato dell’editoria, trend, testi scelti, libri venduti, trattamento riservato agli esordienti, evoluzioni nelle richieste del cliente barra lettore) ebbene pur toccando più o meno gli stessi punti dalle domande emergono realtà in parte diverse, quanto meno discordanti a tratti. Interessante, quindi, perchè è un buon modo (per chi ha già pubblicato ma anche chi invece deve ancora arrivarci) per farsi un’idea su quante realtà coesistono nell’ambiente. Per imparare a ragionare con la propria testa (senza seguire la voce di un ipotetico mentore che promette) e per capire come, di fatto, non esiste un’unica strada. Affatto. Per pubblicare. Per ottenere un posticino (anche piccolo e umido) nel mondo dell’editoria italiana. Per riuscire a farsi laggere (il fatto poi di essere apprezzati non è prevedibile neanche per gli scrittori affermati).
Attraverso le interviste si intravvedono spiragli. Si da la possibiltà di capire (un pò) come funziona dal tal editore piccolo quanto nell’agenzia letteraria o nell’ufficio dell’editor del colosso (Minimum fax, Einaudi, Rizzoli, Cairo Publishing …).
Gli intervistati sono voci utili. Davvero. A volte contradditorie. A tratti poco piacevoli (perchè delineano strade tortuose e piene di trabocchetti barra ostacoli specie per chi non ’sa come muoversi’ e magari fin ora ha letto e scritto rintanato come un topo nella stanzetta di casa).
Lo consiglio decisamente. Rende bene l’idea della ‘fossa dei leoni’ ma anche di quelle realtà propositive su cui si può tentare di approdare con il duro lavoro, l’impegno, la costanza e.
Quali sono, quindi, i suggerimenti più utili che si evincono dal testo? Non isolarsi, proporsi ma con specifiche modalità, farsi notare da talune figure professionali che possono diventare un tramite (se davvero il testo e la scrittura valgono)… non aggiungo altro perchè è un testo che merita di essere letto e ‘digerito’ con calma. Mai come in questo caso è utile interpretare le risposte e adattarle alla propria realtà personale nel senso che gli intervistati si, raccontano le loro esperienze, mostrano come considerano ‘l’editoria’ e il ‘mondo libro’, spiegano cosa fanno e come ci sono arrivati ma. Ma. Chi scrive (oggi come in passato) vive (molto probabilmente) ‘altre’ realtà. Magari ha famiglia. Più spesso un lavoro ‘primario’ con cui arriva a fine mese. Di solito ha problemi personali o situazioni di cui si deve occupare. Insomma. Chi scrive (e non ‘è’ ancora, come accennavo all’inizio) dovrebbe approcciarsi al testo con la filosofia del ‘ok, per il tal operatore del settore funziona così, in che modo posso avvicinarmi alla sua realtà? Posso io, seguire la tal indicazione? Voglio farlo?’. Ecco. Dubitare sempre (e qui mi riferisco nella fattispecie al mondo dell’editoria a tutto tondo) ma sapersi confrontare. Ci sono dinamiche inavvicinabili per taluni. Facciamocene una ragione. (Esempio banale per chiarire il senso: chi ha una famiglia magari con figli piccoli non può pensare di partecipare a un certo numero di eventi e presentazioni in giro per l’Italia anche se potrebbe essergli utile per ‘uscire dal gusco’, conoscere esperti e farsi notare.) Resta il fatto che è utile, questa lettura, quanto meno per valutare ‘come funziona’ da dentro (non in senso assoluto, lo sottolineo, però per le specifiche realtà intervistate abbastanza).
Poi.

Poi, caro scrivente, la chiave del successo l’ha perduta qualcuno la notte dei tempi (o rubata?) per cui inizia a correre, vai pure tranquillo, ti conviene non perdere altro tempo e nell’eventualità in cui dovessi sbagliare percorso qualche strumento per capirlo e tornare sui tuo passi, dopo la lettura di questo libro, ce l’hai. Fanne buon uso però.
(questa è la mia voce ben inteso)

Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall’auto-compiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sé e continuerà�
finché tu morirai o morirà in
te.
non c’è altro modo.
e non c’è mai stato.

(Charles Bukowski)

Versi che io trovo così crudi e schietti che non hanno bisogno d’altro. L’essenza (dello scrivere come pulsione, bisogno, esigenza, prurito) è qui.

Consiglio in primis la lettura di un libro. Potrei mettermi qui a spiegare quello che ho imparto io sulla pelle ma sarei di certo meno esaustiva e precisa.
Propongo di seguito un’analisi del libro per darvi modo di rendervi conto di cosa parlo.

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Silvia Ognibene ‘Esordienti da spennare’ (2007, Terre di Mezzo).
‘Esordienti da spennare’ è un libro che chiunque aspira a pubblicare una propria opera dovrebbe leggere. Assolutamente.
E’un libro che apre un varco, elimina un po’ di fumo e buio attorno a chi ha scritto e si trova davanti al dilemma del ‘se e come’ dare alla carta il proprio scritto.
C’è tutto un mondo da conoscere prima di decidere se e come pubblicare, ed è una conoscenza che non si può trascurare a mio avviso per acquisire quelle consapevolezze e responsabilità necessarie a scegliere la soluzione più adatta alle proprie aspettative barra aspirazioni.

E’dunque necessario approfondire e questo libro, chiaro, semplice ed esaustivo è un valido aiuto. Quanto meno per iniziare a riflettere.
Perché è questo il punto.
Chi aspira a pubblicare deve necessariamente riflettere. Conoscere talune dinamiche. Saper distinguere le varie opzioni e i meccanismi di base dell’editoria. Non c’è un altro modo (a parte affidarsi a qualcuno di fiducia – estrema – che sa e possa guidare nelle scelte). Anzi no, un altro modo c’è: lasciarsi fregare.
‘ Esordienti da spennare’ è un libro inchiesta dove l’autrice (giornalista freelance che collabora con l’agenzia di stampa Reuters e varie testate nazionali) raccoglie le denunce di autori ‘spennarti‘, intervista editori e sperimenta sul campo la trafila per pubblicare spedendo un proprio manoscritto come ‘test’. E il risultato è impietoso.
Questo libro è decisamente adatto a chi ha appena finito di scrivere qualcosa che intende pubblicare. Non si tratta di capire se si è o si vuole diventare scrittori. Tutt’altra faccenda. Si parte dal basso, come in tutti i settori, e si affronta il primo scoglio da superare. Ho scritto questo e vorrei che non rimanesse dentro il mio pc, cosa faccio? Ecco, se siete più o meno a questo punto ‘Esordienti da spennare’ è il libro fatto a posta per voi, ma non solo. Anche chi ha già pubblicato può imparare molto. Perché qui si parla della tematica ‘pubblicazione’ a trecentosessanta gradi.
La Ognibene approfondisce meticolosamente la ‘questione cifre’. Quelle che chiedono gli editori a pagamento tanto quanto le statistiche di vendita o le percentuali per valutare una distribuzione o i diritti d’autore. Numeri insomma. Indispensabili per iniziare a districarsi nel mondo dell’editoria.
Prosegue, la Ognibene, nell’analizzare il mercato della piccola e media editoria, propone i dialoghi che ha avuto lei stessa con gli editori che l’hanno contattata, presenta le logiche di marketing e le motivazioni di talune scelte più o meno condivisibili tanto decantate dagli editori. Quelli a pagamento (a cui si dedica la maggior parte dell’inchiesta) alternando però anche il parere e le considerazioni di taluni editori che non pubblicano dietro richiesta di contributo. E l’analisi è finalizzata a spiegare come il funzionamento (vero) del mercato venga distorto e usato a vantaggio di chi propone la pubblicazione chiedendo denaro. Tutto può essere presentato per sostenere la tesi ‘ è necessario contribuire alle spese, copartecipare all’investimento’.
Si inizia spiegando cosa rappresenta l’esordiente per il mercato e cosa fanno gli editori piccoli ma seri che scelgono di pubblicarli. ‘con gli esordienti non si fa profitto(tranne in casi davvero eccezionali’ e ‘I piccoli editori fanno scouting, sono loro cioè, la maggior parte delle volte, a cercare i nuovi scrittori, a coltivare gli esordienti.’ (pag.21)
Molto interessante è il capitolo sul rischio che ogni libro comporta (in modo particolare se di autore sconosciuto o esordiente) e anche l’analisi delle modalità con cui invece l’editore a pagamento ‘sceglie’ i manoscritti da pubblicare.
Il punto focale, a mio avviso, che in questo libro emerge con chiarezza è il ‘perché’. A seconda delle motivazioni che spingono un autore (badate bene che non ho usato il termine scrittore a proposito) a pubblicare un proprio scritto è possibile analizzare un ventaglio concreto di possibilità. Ecco quindi che la Ognibene lascia temporaneamente il mondo dell’editoria per spiegare le dinamiche del print on demand e del perché, in qualche caso, pagare per pubblicare può avere un senso compiuto, non necessariamente deve diventare fonte di disgusto o imbarazzo (l’aver pagato si intende).
Il capitolo ‘Vanity press’ è di certo quello su cui sono meno d’accordo. Quanto meno per l’approccio con cui si presenta il problema. Ci sono tanti (e sempre di più a quanto pare) editori che accalappiano polli da spennare soprattutto perché ci sono molti autori pronti a qualsiasi cosa pur di vedere il proprio nome stampato su un libro. Vero si. Molto. Ma non solo. Questa è la mia obbiezione. Ho conosciuto molti autori finiti nella rete perché non sapevano. Magari ci avevano provato (oggi con internet è più facile mettersi in contatto con altri o reperire informazioni e trovare mezzi di confronto ma in passato non era così)dicevo: magari ci avevano provato, a capire per sommi capi come funziona, ma non ci sono riusciti, non del tutto almeno. Sono molti gli aspetti da considerare (e in questo libro se ne può avere più che un assaggio) ed è quindi altrettanto complesso riuscire a capire o ad ‘entrare’ in talune dinamiche (e qui mi riferisco a chi non ha conoscenti, amici o parenti collegati in qualche modo all’editoria o allo scrivere nella sua eccezione più ampia). Comunque è vero. Sono molti quelli che scrivono convinti di generare l’opera del secolo e disposti a spendere per farla stampare. Ma ci sono anche molti altri che davvero non sanno che pesci pigliare e finiscono per lasciarsi convincere. Ci sono entrambe le realtà, questo volevo precisare.
C’è anche un’altra questione sempre ricollegabile al proliferare di queste forme di stampa a pagamento. La mancata condivisione di esperienze. A pag.46 si dice ‘La condivisione delle informazioni, soprattutto su siti e forum dedicati, è fondamentale: le esperienze di ciascuno saranno di prezioso aiuto per tutti gli altri esordienti.’. Sacrosanto. Peccato che di fatto tutt’ora non sia ancora così diffuso e di facile reperimento come dovrebbe. Ma ci arriveremo, con libri come questo magari.
Altri due fattori da non trascurare sono la promozione e la distribuzione. E in questo libro troverete varie osservazioni utili, consigli su come valutarli e informazioni utili per capire davvero come funziona.
Poi c’è la figura del libraio, che sembra quasi marginale, l’ultimo anello della catena e invece si scopre molto su di lui, se ne svela il ruolo poco marginale.
Altra faccenda spinosa, specie per autori alle prime armi che non siano esperti di contratti editoriali, è proprio capire e verificare le clausole dell’accordo di pubblicazione. La Ognibene propone tutta una serie di riflessioni molto utili a chi non ‘ci capisce niente’ ma è comunque necessario che arrivi a chiarirsi le idee prima di firmare alcunché. Senza lauree particolari ma con un pizzico di intelligenza e astuzia.
Comunque la viviate, questa lettura si conclude con un’analisi concreta e onesta: ‘esordire, missione possibile’. Gli editori medio piccoli onesti, che investono, rischiano, leggono, lavorano sodo per dare visibilità e credono in un testo esistono. Ebbene si, credeteci perché dopo tutti i discorsi deprimenti di cui sopra posso assicuravi (così come spiega il libro) che è proprio così. Basta non volere tutto e subito, intraprendere ‘un cammino sicuramente più faticoso’ e. In quel ‘e’ sono comprese tutta una serie di attività che si potrebbero definire ‘collaterali ‘ mentre in realtà fanno parte della scrittura, senza le quali si fatica a trovare un proprio stile, una propria voce, e una certa capacità valutativa: leggere, partecipare a iniziative, presentazioni, incontri e confrontarsi, farsi conoscere. A pag.122 c’è una deliziosa quanto sacrosanta serie di consigli di Marco di Porto ( che ha da poco esordito con un editore piccolo ma di qualità) e che non vi toglierò il piacere e l’interesse di leggere dalle pagine di ‘Esordienti da spennare’.
Faccio notare, in ultimo, per chi si sta arrovellando sulla scelta dell’editore, che dalla lettura di questo libro si possono ricavare numerosi nomi di editori per i quali appare evidente il tipo di trattamento che destinano agli esordienti (o comunque a chi pubblica senza essere noto).

Una recensione che consiglio per mano della scrittrice Francesca Mazzucato la trovate QUI .

Mentre QUI rintracciate gli interventi dell’autrice sul tema dell’editoria a pagamento dal blog di Cabaret Bisanzio.

Ripropongo di seguito un mio intervento che è stato pubblicato su Blogosfere cultura dove sintetizzo il mio pensiero sullo scrivere (nello specifico attraverso la rete), le strade facili e gli approcci.

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On line ci sono molte opportunità per chi scrive e vorrebbe farsi conoscere, dare modo a più persone di leggere i propri testi free.
Ci sono autori che storcono il naso perché la rete è un calderone e si potrebbe anche pensare che affidargli un testo (prosa o poesia, lungo o corto) equivalga a sminuirlo. Deprezzarlo diciamo. Renderlo talmente accessibile che poi non lo si potrà usare da nessun altra parte perché con un click o due chiunque lo può leggere (e magari commentare).
Qualsiasi opinione abbiate in proposito un aspetto è innegabile: internet favorisce la visibilità. Specialmente se si pubblica su portali o blog frequentati e diffusi. Si viene letti più facilmente insomma. Ma.

C’è un ‘ma’ che vorrei ribadire, forse non ce n’è bisogno perché oggi i fruitori della rete sono più scaltri e furbi di quando ero una ragazzina io. Forse.
Sta di fatto che tutt’ora ci sono persone disposte a tutto o quasi per farsi pubblicare. Persone che credono in quello che scrivono, faticano per farlo e cercano una qualche forma di riconoscimento per queste fatiche. Hanno bisogno di essere rassicurati. Di ricevere commenti (e se sono positivi e ripetuti alcune barriere possono crollare facilmente e ricadere in quel circolo vizioso del ‘ti solletico così abbassi la guardia’).

Io credo esistano ancora i soggetti ‘fragili’. Che di solito non hanno particolari contatti con il mondo dell’editoria o comunque con gli addetti ai lavori. Leggono e scrivono magari di notte o nella pausa pranzo. Quando possono insomma. E vorrebbero tentarlo questo benedetto salto. Vorrebbero provarci. Afferrare l’occasione. Perché la tanto agognata ‘Occasione’ prima o poi arriverà, chi non ci crede? Non vedo molte mani alzate. Infatti.
Tutti la aspettiamo. Tutti la immaginiamo. E tutti siamo concordi nel riconoscere che quando arriva va afferrata. C’è poi chi aggiunge ‘a tutti i costi’ e chi invece non si sbilancia ‘vediamo com’è poi valuterò’.
Perfetto.
Sappiate, voi che scrivete, che se divulgate i vostri testi on line sarete letti facilmente. Col tempo e la pazienza.
Sarete letti anche da chi ‘recluta’.
Da chi si trova in un qualche angolo della famiglia ‘addetti ai lavori’ (angolo luminoso o buio non fa differenza a questo punto). Sarete letti anche da loro e non è tanto una questione di fortuna. Pubblicare on line magari con una certe frequenza vi mette alla mercé di chiunque.
Ebbene.
Sappiate che prima o poi verrete contattati.
Da Tizia o Caio.
Si qualificheranno con nome cognome, magari vi lasceranno i riferimenti a un blog o un sito pieno di loro testi e onorificenze.
Vi forniranno tante medaglie al valore, qualifiche insomma. Direttore di questo. Responsabile di quello. Dentro la tal casa editrice. Oppure collaboratore per l’agenzia letteraria y. O addirittura vincitore del premio x e talent scout. Bla. Bla. Bla.
Poi vi faranno la proposta.
La Proposta.
Che non è l’Occasione che si diceva sopra, cari utenti che scrivete.
Non lo è neanche alla lontana.
Vi proporranno di partecipare a concorsi o antologie. Vi chiederanno di inviare testi vostri poi al resto ci pensano loro perché voi siete. Avrete. E via con le lusinghe. Useranno parole come ‘talento’ oppure ‘promettente’ oppure ‘stile personale’.
Caro utente che scrivi on line, se ti ritrovi contatti con messaggi come questo:

‘Sono in possesso del bando di un concorso nel quale sono membro della giuria, se le interessa glielo passo volentieri! Guadagnerà i primi soldi e otterrà una pubblicazione gratuita.’

Frasi come questa o altre, molte altre.
Dopo le lusinghe.
I titoli nobiliari.
Gli elenchi infiniti di attività o pubblicazioni.
Dopo averti grattato il mento e solleticato il collo.

Caro utente che scrivi non farlo.
Credimi se ti dico che te ne pentirai.
Non farlo.
Non accettare questo o altri compromessi. Non lasciarti corteggiare in questo modo subdolo e meschino. Non credere che davvero. Davvero non esiste. E’fumo destinato a scemare in fretta. O, nel caso in cui invece durasse per un po’, non ti lascerà addosso niente. Forse finirai col pubblicare. In corso d’opera potrebbe anche capitarti di dover tirare fuori qualche soldo (per sbloccare la situazione), magari sarai costretto a scrivere solo di certe cose (sesso, sangue, sesso, sesso… molto vario vero?).
Insomma.

Leggi.
Informati.
Valuta.
Ma non cedere alle strade facili. Alle proposte che contengono certi ingredienti.
Non lasciarti comprare in questo modo.

Non illuderti che svendendoti, accettando simili compromessi e calpestando il rispetto per te stesso ne ricaverai i consensi che meriti.
Non farlo, dammi retta.
Se senti puzza di bruciato, fermati e annusa per bene. C’è davvero qualcosa che brucia da qualche parte non lontano da te. E’la passione sana e costruttiva per la scrittura. Per le storie che aspettano di essere raccontate. Per i personaggi che premono per un tratteggio onesto. Per le trame che nascono da uno spunto, un’idea, un bisogno. E se fregano degli standard del mercato o di cosa vende di più.
Rifiuta le strade facili, incavolati, sputaci sopra.
E il fuoco avrà meno legna di cui alimentarsi.

Ripropongo di seguito un mio intervento pubblicato su Blogosfere cultura sullo scontro titanico tra il duro mondo dell’editoria e gli ’scriventi’ da dove emergono anche alcune considerazioni (mie, sia chiaro) su quale può essere l’approccio più sano e costruttivo verso la scrittura.

“Gli editori non leggono i manoscritti firmati da sconosciuti. Male.
Talune pubblicazioni piovono sul bagnato in testa ad autori che conoscono tizio, caio e sua cognata. Male.
Alcuni editori sono ‘interessati’ al dio soldone e si approfittano di ingenuità e speranze. Molto male.
Alcuni libri alti nella classifica delle vendita hanno un certo ‘odore’, di celofan nuovo, di tastiera pigiata da più mani, di scaletta preimpostata dagli indici di gradimento. Molto male.
Senza un buon marketing anche il libro dell’anno è destinato a rendersi utile nel camino. Sob.
Dal momento che non si nasce imparati, se non si trova qualcuno (meglio più di uno) che ti da indicazioni, suggerimenti disinteressati, consigli o critiche costruttivi è facile finire alla deriva. Non sapere dove andare. Sob.
Ci sono più libri di quanti dichiarano di essere disposti a leggere (dichiarano ho scritto, sul fatto che leggando davvero si potrebbe discutere). Doppio sob.
…. (forse ho dimenticato qualche punto saliente però credo di aver riepilogo alcuni nodi cruciali della questione).

Male. Molto male. Sob. Doppio sob.

E gli esordienti/sconosciuti dediti agli scritti? Tutti santi, innocenti, innocui, in balia delle tempeste, pronti a porgere l’altra guancia?

Qui arriva l’avvocato del diavolo. Il difensore delle ingiustizie. La percentuale di chi scrive è cresciuta a dismisura. E sul concetto di ’scrivere’ e ’scrittore’ iniziano i primi scricchiolii. Ho sentito persone che avevo appena finito un primo testo definirsi scrittori. Ho sentito chi pubblica articoli on line (senza essere giornalista intendo) definirsi scrittore. Ho sentito chi ha stampato dodici libri con il print on demand, definirsi scrittore.
Per carità, libertà. Io sono per la libertà. Se uno vuole scrivere, qualsiasi cosa voglia scrivere, che lo faccia. In privato o in pubblico. Però.

Però ci vorrebbe più rispetto. Innanzi tutto il rispetto per i mestieri e le qualifiche. Non esiste un diploma o un corso di laurea che ti attribuisce il titolo di ’scrittore’, si potrebbe obbiettare. Perfetto. E questo ci autorizza a essere tutti scrittori per elezione divina?

Altra questione: il talento.
Elemento inquantificabile quando di difficile misurazione. Chi lo scova, stò benedetto talento? L’editore? L’agente letterario? L’editor? Il redattore? L’addetto stampa? Il talent scaut? Forse tutti o nessuno. Ma non chi scrive. Qui ci vuole un pò di umiltà. Tonnellate di umiltà. Sapersi guardare dentro e dubitare. Di quello che si sa fare. Di quello che si è fatto. Dei propri limiti. E delle potenzialità. Non dico che bisogna ripetersi di essere degli incapaci. No. Bisogna però essere onesti in primis con se stessi. Si può scrivere ed essere soddisfatti di quello che si è ottenuto. Benissimo. Ma partiamo accettando l’idea che i geni sono statisticamente pochi in tutto il mondo. E non ne nascono di frequente. Umiltà quindi. Che presuppone anche la capacità di accettare critiche (specialmente se costruttive e motivate) e sapersi fermare se si è imboccata la strada sbagliata. C’è chi è portato per i romanzi lunghi, chi per i racconti, chi per le trame da sceneggiatura, chi per i dialoghi… e chi per niente in particolare. Accettiamoci.

Non meno importante la questione olio di gomito.
Ci sono autori che scrivono e pensano, con questo divento. Divento. Faccio. Sono. Sarà. Ok, buon per te. Puntare in alto è un modo per spronarsi e prendere di più da se stessi. Ok. Ma.
Ma magari lavoriamoci sopra prima. Accettiamo il fatto che se c’è del buono in noi (talento, istinto narrativo o come volete) questo non ci da la chiave per il mondo magico. Bisogna lavorare. Tanto. Sodo. Scrivere. Riscrivere. E ancora. Cancellare. Rifare. Riprovare. Sperimentare. Sbattere la testa e ripartire più convinti. Cercare uno stile, cucirselo sulla pelle. Ascoltarsi. Ascoltare gli altri, chi ci sta attorno, il mondo che pulsa e respira mentre noi attaccati al pc scriviamo. Non si scrive di aria fritta. Bisogna sudare. Piangere. Impegnarsi. Fare ricerca. Ascoltare, molto. Confrontarsi. Capire dove va una storia. Svenarsi insomma.
Allora forse, dopo tanto lavoro qualcosa si può pensare che arrivi.

Ricapitolando: rispetto, umiltà e duro lavoro.
Ricordiamoceli scriventi. Vuoi mai che riusciamo a evitare certi errori?”

Inizio qui una goccia in mezzo al mare.
.
L’intento è fornire indicazioni utili a chi scrive e vuole andare oltre. Oltre significa pubblicare qualcosa ma anche concretizzare un lavoro di scrittura che perdura nel tempo oppure semplicemente capire ‘come funziona’ per sommi capi il mondo dell’editoria per poter valutare ’se e quale’ strada intraprendere.
Provo, insomma, a fornire quelle indicazioni che non ho ricevuto io a suo tempo e mi ero ripromessa, invece, di condividere.
Il tentativo è quello di aiutare chi cerca informazioni legate allo scrivere, pubblicare (si, no, come, dove, quando e perchè), la scelta delle forme di diffusione, gli approcci…
Fornire strumenti di comprensione, in parole povere.
Da lì in poi le scelte sono e restano soggettive. Ma consapevoli.

Consiglio la lettura di questo post apparso su Letteratitudine di Massimo Maugeri il 25/1/08 per approfondire la tematica dell’editoria a pagamento.

>> Qui il link al post originale con tutti i commenti.

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Questo post ha una duplice valenza. Vi propongo, infatti, contestualmente, un’intervista che Stefano De Matteis – direttore editoriale di Cargo e L’ancora del Mediterraneo – ha rilasciato ad Andrea Di Consoli e un articolo di Gordiano Lupi (che, ricordo, è anche il direttore editoriale della casa editrice Il Foglio) corredato dalla lettera di un aspirante scrittore.

Gli argomenti trattati sono diversi e trovano un punto d’incontro nella “problematica” dell’editoria a pagamento, che già – di per sé – offre grandi opportunità di dibattito.L’intervista a De Matteis affronta ulteriori argomenti che potrebbero essere oggetto di discussione: l’editoria del Sud, la piccola editoria, la promozione dei libri.

Naturalmente vi invito a dibattere sui temi trattati.

Direi di procedere per fasi.

Cominciamo dal tema “editoria a pagamento”, per poi passare agli altri.

(Massimo Maugeri)

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INTERVISTA A STEFANO DE MATTEIS di Andrea Di Consoli

Dopo quasi un anno di fermo (il tempo di cambiare promotore, e aumentare il numero delle uscite) “L’ancora del Mediterraneo” e “Cargo”, le sigle editoriali napoletane, tra le principali del Sud, tornano fra qualche giorno in libreria. Dopo aver fatto esordire scrittori come Saviano, Pascale, Lucente e Zaccuri, e dopo aver pubblicato libri di Berardinelli, Naldini, Cederna, Fofi e Niola, si prevede un anno molto ricco per la piccola casa editrice campana. Il direttore e fondatore delle sigle è Stefano De Matteis, nato nel 1954 a Napoli e formatosi, sin dal 1977, a Milano, lavorando da Feltrinelli, da Garzanti e, dal 1985 al 1992, con Mario Spagnol della Longanesi. Nel 1992 De Matteis decise di ritornare a Napoli, dove prima ha fondato una rivista con Gustav Herling (”Dove sta Zazà”), poi ha collaborato a “Il mulino” e alla pugliese “Argo”, fino a fondare, nel 1999, “L’ancora del Mediterraneo” (”Cargo” nascerà, da una costola de “L’ancora”, nel 2005).

De Matteis, perché nel Sud Italia non è mai nata un’editoria forte, a carattere industriale?

Primo, perché al Sud non c’è mai stata una vera imprenditoria di mercato. Secondo, perché l’editoria non è mai stata vista come un’attività remunerativa, ma semplicemente come qualcosa che rientrava nei lussi dell’assistenza istituzionale. Quindi non si è mai costituita un’imprenditoria che lavorasse sulla cultura. Non a caso a Napoli c’è San Biagio dei librai, invece non esiste un San Biagio degli editori. La storia editoriale meridionale è soprattutto una storia di tipografie e di librai.

Quali sono, a suo avviso, le principali sigle editoriali del Sud?

Ovviamente “Laterza” e “Sellerio”.

Può l’editoria di progetto avere un legame forte con il proprio tempo?

Certo che può, sia per quel che riguarda L’Italia, sia per il Sud in particolare. Noi, per esempio, abbiamo anticipato quello che poi è capitato a Scampia, oppure il problema dell’immondizia.

Quali sono i principali problemi della piccola editoria di progetto?

Il problema principale della piccola editoria è saper creare un rapporto diretto con il lettore, nel senso che c’è un rapporto difettoso con i lettori, che adesso sta migliorando tramite internet, ma siamo il paese che spende meno su internet, perché non c’è un rapporto fiduciario con questo strumento e con le carte di credito. E poi c’è stato un grande cambiamento in libreria. Le librerie “grandi spazi”, come tutti sanno, smerciano soprattutto i famosi “non libri” per il famoso “non pubblico”.

Cosa significa fare l’editore a Napoli?

La difficoltà è questa: se tu apri un’impresa al Nord, le banche ti guardano come una persona interessante; se tu apri un’impresa al Sud, le banche ti guardano come un “mariuolo”. Noi abbiamo iniziato con capitali privati, non ci siamo mai seduti a nessun tavolo politico o di spartizione culturale, non abbiamo mai voluto nessun vantaggio dalle istituzioni e dall’università. Questa scelta ci è costata molto cara. Solo quest’anno, per la prima volta, faremo un accordo con la Regione Campania, perché pubblicheremo “Questa corte condanna. Spartacus, il processo al clan dei casalesi”, libro a cura di Maurizio Braucci e Marcello Anselmo. In questo caso l’accordo con la Regione è stato interessante, perché permetterà di distribuire il libro nelle scuole, dove verrà fatto un lavoro capillare sull’educazione alla legalità.

Il pubblico dei lettori è peggiorato in questi ultimi anni?

Assolutamente no. C’è stata però una forbice che si è molto divaricata tra quelli che leggono molto e quelli che leggono un solo libro all’anno.

I promotori hanno una grande responsabilità?

E certo che ce l’hanno, perché devono posizionare bene i libri, fare un braccio di ferro con il libraio, sempre meno motivato. Il libraio purtroppo non è più il consulente dei lettori, ma è uno che riempie le schede e sposta i libri. Un tempo il libraio consigliava, era una figura di riferimento per l’editore. Oggi, con la rotazione che c’è, i librai fanno solo lo spelling sul computer per vedere se un libro c’è o non c’è.

La piccola editoria è anche un luogo di improvvisati e di cialtroni?

Sicuramente. Ci sono alcuni come me che vengono dall’editoria “pura”, e molti che usano il surplus dei loro guadagni, fatti in altro modo, decurtandoli dalle tasse, e li investono in piccole case editrici. Mantengono quindi in vita una struttura dove non c’è un progetto forte. Se si prende invece Fanucci, e/o, Donzelli, e via a scendere fino a “L’ancora”, c’è un’identità tra imprenditore, ideatore e sistema editoriale. In molti casi, invece, c’è un’estraneità completa.

Ci sono anche speculazioni?

Penso proprio di sì. Ci sono situazioni dove si fanno grossi investimenti, non sempre trasparenti, per costruire marchi che possano funzionare a livello di mercato.

Quali sono le caratteristiche di un’editoria indipendente di progetto?

L’editoria di progetto costruisce un percorso sui tempi lunghi. L’editoria di speculazione, invece, è fatta di improvvisazioni che lasciano ben poco. C’è una tempistica che è completamente diversa, quando fai un’editoria di progetto, perché ti costringi ogni giorno a immaginare il futuro.

E’ rilevante l’editoria a pagamento? E come la giudica?

Purtroppo credo che sia molto rilevante, soprattutto quella che si appoggia all’università, in specie al Sud. Questo tipo di editoria, al di là di qualsiasi ragionamento etico e culturale, non mi piace per due motivi: primo, perché si crea una ridondanza di mercato, perché s’intasano le librerie con prodotti mediocri; secondo, perché si creano una miriade di sigle editoriali senza nessuna credibilità.

Chi sono i nemici dell’editoria di progetto?

I nemici sono tutti quelli che fanno non libri, non cultura, e che non insegnano a leggere. Il vero nemico, come suole dirsi, è la moneta falsa.

Quali sono le differenze tra “Cargo” e “L’ancora del Mediterraneo”?

Cargo” è un marchio nuovo nato nel 2005. Fino ad ora vi abbiamo pubblicato 15 titoli (tra gli altri, Arenas, Grass, Goytisolo), mentre solo nel 2008 ne faremo altri 15. “Cargo” pubblica esclusivamente narrativa straniera, e la direttrice editoriale è Milena Ciccimarra. “L’ancora del Mediterraneo” manterrà la collana “Le gomene”, che pubblicherà libri di attualità e pamphlet, la collana “Odisseo”, che farà gli esordienti e i narratori italiani, e “Gli alberi”, che sarà la collana della saggistica “pura”.

Ci dica alcuni titoli in uscita.

Per “Cargo” è in uscita MacPherson, che è un giornalista di guerra americano, che ha scritto un romanzo su una banda di americani che decide di aiutare il presidente a trovare le armi di distruzione di massa in Iraq. Poi uscirà un altro americano di “disinformations”, che si chiama Nick Mamatas, con un libro intitolato “Come mio padre ha dichiarato guerra all’America”. Per “L’ancora” uscirà un reportage sui rom d’Europa di un austriaco, Gauss, che s’intitola “I mangiacani di Svinia”, perché uno dei grandi olocausti del ‘900 è proprio quello dei rom.

Avete anche pubblicato molti libri sui gulag e sui laogai cinesi.

Adesso facciamo per il “Memento Gulag”, a novembre, la storia di un jazzista russo finito in un gulag. La collana su questi temi si chiama “Un mondo a parte”, in omaggio a Gustav Herling, che è stato, ed è tutt’ora, l’ispiratore de “L’ancora del Mediterraneo”.

Andrea Di Consoli

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SULL’EDITORIA A PAGAMENTO di Gordiano Lupi

Da quando ho pubblicato Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura (Stampa Alternativa, 2004) e Nemici miei (Stampa Alternativa, 2005) ricevo le confessioni e gli sfoghi di tanti scrittori caduti nella rete degli editori a pagamento. Oggi voglio far conoscere quello che ci racconta Simone Pazzaglia, un autore toscano che ha ricevuto una proposta da una casa editrice a pagamento. Lui è d’accordo che venga pubblicizzata una brutta esperienza che può servire anche per altri colleghi. Diffidate degli annunci che trovate sui giornali e soprattutto di chi vi propone di pubblicare (meglio sarebbe dire stampare) il vostro libro in cambio di soldi. Se proprio dovete farlo potete ricorrere a un print on demand! Costa molto meno… In ogni caso il discorso sugli editori a pagamento sarebbe lungo, perché è anche vero che ci sono presunti scrittori (i famigerati scrittori locali che esistono un po’ ovunque) che se li meritano e che senza di loro non potrebbero mai definirsi scrittori. Chi pubblica pagando non è uno scrittore, ma soltanto un ambizioso che vuole il nome su una copertina.

A caro prezzo, di solito.

Gordiano Lupi

http://www.infol.it/lupi/

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“Non ho mai avuto grandi passioni in vita mia. A volte ho la sensazione che tutte le cose che faccio siano solo e soltanto un modo per riempire un vuoto, un po’ come fa chi guarda la pubblicità aspettando l’inizio di un film. Non mi intendo di calcio e non conosco neppure il nome dei giocatori anche se al bar spesso vengo tirato a forza in discussioni sull’arbitraggio della domenica o sui prossimi acquisti della mia presunta squadra del cuore. Con lo studio poi idem per il calcio. Certo mi sono laureato con poco sforzo ma con minima soddisfazione e anche lì una continua lotta per fingere, ad ogni esame, di sapere ciò che ignoravo e di essere ciò che non ero.Per il lavoro lasciamo perdere… non mi piace la moda, la trovo una cosa stupida, eppure mi scopro a dare consigli sugli acquisti o sugli abbinamenti di colore da fare ad attraenti donne attempate; è il mio lavoro, quello che mi fa mangiare, gestisco un negozio di abbigliamento.

E poi infine la politica, con anni di militanza in un partito ad organizzare concerti e fare riunioni interminabili per ritrovarmi con un’importante carica amministrativa a livello locale, nel mio sperduto paese. Sono una maschera di me stesso come diceva qualcuno oppure sono come quel cavaliere inesistente che doveva costantemente tenersi occupato in qualcosa per non svanire nel nulla. Essere ciò che gli altri si aspettano è un buon modo per sentirsi vivi, ma vivi a che prezzo?

In mezzo a questo galleggiare, spinto dal vento di ciò che non è mio, si insinua presente la scrittura simile ad un’ancora di salvataggio. E’ stata, da sempre, il mezzo tramite il quale raccontare quella parte di me, sconosciuta in fondo anche a me stesso, che si materializzava a volte sul foglio come avesse una vita sua propria.Eccomi allora nelle mie pagine sgrammaticate, nello sforzo di esprimere un minimo di sincerità; prima con delle poesie e poi con romanzi che raccontano il mio modo di vedere la realtà. Sì, scrivere mi piace e quando lo faccio, e sento che la penna scivola tra i miei pensieri, provo piacere, un piacere fisico simile allo sprigionarsi di uno strano calore nella pancia e nel petto.Va be’ mi diverto è vero, ma chi sa se quello che scrivo piace anche a qualcun altro?E allora perché non provare a spedire un po’ di materiale in giro, magari qualcuno è disposto a leggerlo e perché no a pubblicarlo! Ed ecco che la testa comincia a viaggiare e mi faccio il filmino di essere un vero scrittore e di poter pubblicare un libro, il mio, una cosa vera che mi appassiona e mi racconta.

Vai che si parte… e come dico io “niente a caso”, leggo sul mio quotidiano preferito un concorso letterario con i controcoglioni; c’è una casa editrice che selezionerà una storia di non meno di settanta cartelle dove, chi arriva primo su più di 2000 partecipanti, otterrà la pubblicazione del libro più 1500 euro di anticipo sui diritti d’autore.

Animato da grandi speranze, impacchetto il mio capolavoro e spedisco. Nel giro di una quindicina di giorni mi arriva una lettera dalla suddetta casa editrice dove mi si dice che il materiale è arrivato, lo analizzeranno e mi faranno sapere entro un mese il risultato.

Sono un’ottimista inguaribile, e per tutto il tempo di attesa inizio ad immaginarmi con il mio bel libro in un salotto letterario a firmare autografi e a godermi il premio monetario.

Dopo un mese circa arrivò la risposta a destarmi dal mio fantasticare, diceva più o meno così: il suo racconto non ha vinto il premio ma è stato trovato molto interessante bla, bla, bla, e allora avremmo intenzione se lei è d’accordo a sottoporlo alla valutazione di case editoriali di nostra conoscenza bla, bla, bla…

Aspettai quindi ancora con ottimismo ed iniziai, questa volta, ad immaginarmi con un piccolo libro, senza premio ma pur sempre con qualcosa di mio.Passano giorni di trepidante attesa ed io continuo a consigliare le mie vecchiettine sulle gonne che vestono meglio o sui maglioni che smagriscono, intervallando il lavoro con importanti riunioni comunali sul problema dei cani randagi e sulle scritte offensive che insozzano i muri di tutto il paese.

Poi un giorno, proprio all’ora di pranzo, arriva la mia compagna con in mano la lettera tanto attesa da parte della casa editrice.

La apro a tavola tra lo scoppiettare dell’olio nei tegami, le urla di fame di mio figlio che non intende aspettare e la tensione di Alessandra che legge insieme a me da dietro le mie spalle.

Sento Alessandra che sospira alle mie spalle mentre io le faccio cenno di richiudere la bottiglia e rimetterla in frigo.

Alzo la cornetta e chiamo la casa editrice dicendo di poter essere interessato alla proposta e di voler leggere il contratto di edizione.In fin dei conti si tratta di capire bene cosa significhi “un limitato numero di copie” e per di più tutte le spese di pubblicità e distribuzione nelle svariate librerie d’ Italia sono a spese loro quindi ancora non tutto è perduto.

Aspetto ancora. Non perdo neppure il mio solito ottimismo ma questa volta mi immagino, non più in un salotto letterario, ma in una bancarella davanti alla Coop a vendere il mio manoscritto.

Ed intanto i giorni passano sorretti da speranze non ancora cancellate.

Arriva dunque il pacco postale e dentro vi trovo due libri in regalo (…) dove sono spiegati tutti i misteri del mondo del libro dalla pubblicazione (con le relative spese), alla vendita in libreria. Leggo il contratto e vado subito con gli occhi a cercare l’articolo che parla del “limitato numero di copie” da acquistare… sono 298 per un totale di tremila euro. Bla, bla, bla, spese a carico dell’editore, bla,bla,bla, tiratura di 1200 copie, bla,bla,bla, 3 mesi di tempo per stamparlo in caso di pagamento in contanti, 6 in caso di pagamento in due trance, 9 mesi in caso di comodo pagamento dilazionato.

A questo punto perdo quasi tutto l’ottimismo che possiedo ma ne lascio una goccia per soppesare la possibilità di ottenere un finanziamento da parte di qualche ente. In fin dei conti danno l’idea di crederci nel mio stile e forse tutto il mondo dell’editoria va avanti così; per di più che diamine! Non sarò mica l’unico scrittore che si auto-finanzia un libro!

Ne parlo anche con un signore del mio paese che ha già pubblicato che mi assicura che gli editori solitamente non leggono e il fatto che la casa editrice mi abbia preso in considerazione è già importante. Mi dice inoltre che anche lui ha dovuto pagare per pubblicare, è la prassi. In fondo c’è sempre la pensione di mia nonna nel peggiore dei casi!Provo con Comune, Pro-loco, banche ed infine Coop per ottenere un finanziamento ma è tutto inutile e con il passare del tempo ho come la sensazione che il mio importante romanzo non sia neppure stato letto.

Rifletto se all’inizio della mia avventura come scrittore fosse stato questo quello che cercavo e mi accorgo che la strada intrapresa non ha nulla a che vedere con quello che avevo in mente.

Telefono a Sasha che mi è stato vicino in tutto il mio percorso e tra una birra e un’altra gli racconto la mia avventura.

Dopo una lunga chiacchierata mi alzo sbronzo ma stranamente con le idee più chiare circa il mio futuro.Intanto ho portato a compimento un altro romanzo che mi piace e mi ha fatto star bene nello scriverlo. Per ora non lo ha letto ancora nessuno ma credo che lo spedirò a qualche casa editrice… se non altro lo devo alla bottiglia di Brunello ingiustamente stappata che attende nel mio frigo.”

Simone Pazzaglia

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